MAY LIGHT AND HEALING BE EXTENDED TO YOU - I SHARE A GLIMPSE OF MY 43 YEAR LOVE AFFAIR WITH THE ITALIAN JAZZ COMMUNITY

 

MUSICA JAZZ INTERVIEW WITH GIUSEPPI SEGALA

 

Pheeroan akLaff, Clusone, Hotel Europa, 21 luglio 2012.

 

Pheeroan, stai scrivendo un libro: vuoi spiegare di cosa si tratta?

“Bene. In questo periodo sto lavorando a un libro che ho iniziato a scrivere quindici anni fa. Si tratta di una discussione sulla sensibilità che si incontra in certi supporters del jazz in Giappone. E' focalizzato su tre persone che hanno reso possibile la diffusione del jazz in Giappone negli ultimi 25-30 anni. Una di queste persone è uno scrittore che è scomparso, uno è un rimarchevole creatore di un piccolo club che ha avuto una lunga vita e uno è un grosso manager di un importante jazz club. Ognuno di questi personaggi ha contribuito a proprio modo allo sviluppo del jazz in Giappone, in modo particolare a Tokyo”.

Qual è il nome di queste persone?

“E' un segreto, perché il libro è ancora in lavorazione...”

Perché in Giappone?

“Una delle ragioni sta proprio nel fatto che tu mi hai chiesto perché... Perché molta gente nel mondo forse non sa quanto è importante il Giappone per il jazz. Non ha idea di quanto in Giappone il jazz abbia trovato per lungo tempo un supporto e lo trovi tuttora. La gente non ha idea di quale livello di comprensione e sensibilità ci sia in Giappone per il jazz. Sto scrivendo il libro per rendere noto tutto ciò”.

Andiamo indietro nel passato: come hai scoperto il jazz e la batteria?

“Ho scoperto il jazz perché mio padre era un appassionato, ascoltava molti dischi di jazz, andava ai concerti. Uno dei dischi da lui preferiti era “Study in Brown”, di Max Roach e Clifford Brown. Quel disco divenne una parte importante della mia vita, quando avevo poco più di dieci anni. Allo stesso modo scoprii altri musicisti: il Monk con l'orchestra dal vivo alla Town Hall, il Modern Jazz Quartet, molti organisti che mio padre amava. Così ebbi un'autentica base di partenza per apprezzare il jazz.

La batteria venne in modo un po' accidentale. A scuola, quando avevo circa dodici anni, scelsi di seguire i corsi di musica. In un primo momento volevo suonare la tromba, ma già troppi ragazzini avevano scelto lo strumento, così l'insegnante mi disse di tornare il semestre successivo. Nel frattempo seguii i corsi di arte. Quando tornai per seguire il corso di musica, l'insegnante guardò il mio nome e mi chiese perché non avevo detto prima di essere il fratello di Eric. Mio fratello era un piccolo genio, un pianista che faceva già concerti, e se avessi fatto il suo nome, sarei stato subito accettato! Ma nel frattempo avevo ascoltato a lungo Max Roach e Clifford Brown, e il mio desiderio era cambiato: volevo diventare un batterista. Avevo capito che possedevo uno spiccato senso del ritmo”.

Max Roach aveva sviluppato un approccio melodico alla batteria, ma anche per te la melodia è una componente importante...

“Certo, per due ragioni: per l'ascolto intenso dello stile di Max Roach e perché ascoltavo molto spesso mio fratello, che suonava un vasto repertorio di canzoni”.

Ai tuoi inizi hai suonato con Wadada Leo Smith, e continui a farlo tuttora: cosa puoi dire riguardo a questa lunga frequentazione?

“E' un esempio molto bello di dedizione spirituale alla musica. Quando iniziammo a comprendere i cicli della vita e capimmo gli insegnamenti dei saggi che avevano vissuto sulla terra prima di noi. La prima cosa che ti insegnavano era l'importanza della messa a dimora dei semi. Come diceva mia madre, prendendo un detto che circolava nei neri del Sud, tu raccogli ciò che semini. Il mio primo impulso musicale fu di essere espressivo e aderente in modo genuino a me stesso.

Anche se amavo Max Roach, amavo Elvin Jones, Jack DeJohnette e Tony Williams, capivo di essere parte di una generazione che grazie ad Alice e a John Coltrane, voleva portare alla gente qualcosa di particolare, voleva riflettere con una maggiore consapevolezza. Era diventato necessario porre la musica in rapporto con una genuina preoccupazione per la razza umana. Per questo penso che il mio primo reale contatto professionale con la musica sia stato con Wadada. Perché questi sono i principi con i quali lui lavora molto bene. Sono stato molto fortunato, ho avuto l'occasione di prendermi sul serio. Un collega musicista negli anni Settanta mi disse che era straordinario che io suonassi con Wadada. Io gli risposi che comunque ero molto giovane, avevo bisogno di imparare ancora, e lui ribatté che suonare con Wadada era la migliore scuola. Ora, quarant'anni più tardi, capisco che quello era vero. Ma stare con Wadada non significava solo suonare. Lui ha sollecitato la mia consapevolezza che la musica non è tutto, la musica è una parte del tutto. E realmente tutto, in certe gradazioni, è musica. In questo modo apriamo la nostra consapevolezza. Portare se stessi alla consapevolezza più ampia del nostro essere nell'universo: questo fa realmente la differenza”.

Questa consapevolezza arriva anche attraverso la musica?

“Lo spero. Con la musica cerco di stimolare una maggiore comprensione dell'universo in cui viviamo”.

Qual è la tua idea di relazione tra l'universo e il ritmo?

“Oh, naturalmente penso che ci sia una stretta relazione. Ogni batterista e ogni musicista deve pensare in questi termini. Il ritmo nell'universo è un aspetto che la scienza e la filosofia hanno sviluppato, in modo che noi ne possiamo discutere. Ma noi artisti abbiamo il piacere di aggiungere, di scegliere cosa vogliamo creare nella nostra dimensione d'ascolto”.

Hai suonato con tanti grandi pianisti: Andrew Hill, Cecil Taylor, Anthony Davis. Cosa ci dici della relazione tra piano e batteria?

“Ho un grande rispetto per il pianoforte e penso che il pianista possa sentire questo. Penso in termini di sistema di supporto verso il mio interlocutore. Normalmente il sistema di supporto e di composizione è quello che mi piace di più. Realmente apprezzo l'interplay che deriva dal rispecchiamento di una personalità nell'altra, dall'armonia tra personalità diverse, e penso che questo derivi dal rapporto originario con il mio fratello pianista. Penso anche di suonare la batteria come se fosse un pianoforte. Ho suonato con grandi pianisti, sono stato molto fortunato e spero di poter continuare a farlo”.

Stare al fianco di tanti grandi ti ha permesso di mettere a confronto diversi approcci alla musica?

“Dopo aver ricordato Andrew Hill, tutto il resto diventa facile da esprimere. E' difficile parlare di Andrew Hill, in senso emozionale. Se fosse un'intervista televisiva, la gente vedrebbe che mi vengono le lacrime agli occhi, parlando di Andrew. Una delle cose di cui sono certo è che dai musicisti che sono forti compositori ho imparato molto bene come organizzare la musica di gruppo. Ogni musicista ha un proprio modo di condurre le prove, di costruire la musica insieme ai musicisti. Yosuke Yamashita per esempio conduce il lavoro in modo molto differente da Henry Threadgill. Da loro ho imparato davvero tanto: ambedue hanno il classico senso di cosa è una composizione e hanno il distacco da ogni ruolo. Sono efficienti nell'organizzazione e la musica, anche se è complessa, trasmette l'energia che proviene da chi la studia da lungo tempo. Penso che persone come loro e come Baikida Carroll, un altro compositore forte, mi diano la possibilità in ogni brano di fare le cose che desidero fare. Questo modo di prendere elementi tradizionali e di spingerli in qualche nuova dimensione. Questo approccio mi spinge a sentire delle cose che per me suonano suonano sempre nuove, mi stupiscono come fossi un bambino. Talvolta il livello di concentrazione è importante per focalizzare cosa vuole il compositore, ma se sciogli un poco la concentrazione sulle note è facile capire l'essenza ed evitare qualsiasi errore”.

Maestri di musica e maestri di vita?

“Tra i miei maestri ci sono Oliver Lake, Nat Adderley e altri, che mi hanno insegnato l'importanza della famiglia. E' qualcosa che i grandi musicisti a volte non riescono a padroneggiare, specialmente coloro che speso sono in viaggio. Ho ricevuto davvero un supporto incredibile da mia moglie e dalla mia figlia, e questa cosa mi ha tenuto in salute e mi ha dato equilibrio”.   

Vuoi parlarci dei tuoi lavori denominati Drumset Variations, dedicati interamente alla batteria?

“La prima registrazione è stata incoraggiata da Robert Musso, che voleva registrare con grande effetto dinamico la mia batteria. Lo scopo era quello di costruire alcuni groove e alcuni brevi assoli. Poi, nel corso della registrazione, mi sono divertito a cercare di costruire del groove davvero singolari, inusuali. Il secondo, “Drumß et Variations”, l'ho registrato in Giappone, in tre luoghi diversi: Hanimaki, Tokyo e Kyoto. E' stato concepito in particolare come ricordo delle persone che hanno perso la vita nel terribile terremoto del 1995. Ho cercato di coniugare la spontaneità e la composizione. Ma il mio primo disco in solo di batteria è stato “House of Spirit: Mirth”, del 1979”.

Nel disco di Wadada suoni abbinato a Susi Ibarra: cosa dici riguardo all'interplay tra due batterie?

“Mi piace suonare con Susi, mi ricorda i vecchi tempi in cui suonavo nel sestetto di Threadgill con Reggie Nicholson. In realtà con Wadada non c'è interplay, perché suoniamo ambedue la musica. Certamente, noi siamo consapevoli di quello che fa l'altro, ma non siamo necessariamente intezionati a suonare insieme, cerchiamo invece di rendere i nostri strumenti complementari. E' davvero una gioia, perché io ascolto lei, ascolto me stesso e ascolto la musica che sta scritta. E tutto questo lavora insieme. La prossima volta che suoneremo insieme, nel tour in Brasile, le racconterò di questa intervista e le dirò che dobbiamo avere un interplay!”

Cosa dici del lavoro che hai fatto in duo con Umberto Petrin a Clusone, la scorsa estate?

“Abbiamo trovato un saldo punto di comune interesse in Thelonious Monk, un musicista che amo moltissimo. Di Umberto mi ha impressionato la freschezza. E' stata una bella sensazione di freschezza”.

Cosa c'è nel tuo futuro?

“Il mio futuro è anche il tuo... (ride di gusto). Sono realmente interessato in modo sempre più profondo nella ricerca di una connessione profonda con le persone con le quali entro in contatto. Penso che la consapevolezza sia una delle cose fondamentali con cui dobbiamo fare i conti. La musica è uno degli strumenti più importanti per mettere in relazione le persone, per tenerle insieme. Certo, anche la forza di gravità può avere una giornata nera... allo stesso modo la musica. Come musicista, penso che la cosa più importante sia studiare i molti aspetti della realtà, essere consapevoli della natura dell'uomo, in particolare approfondire la comprensione di quei principi che definisco femminili, tra i quali c'è la compassione, che io avverto in modo particolare in Italia nei vecchi affreschi del Trecento. Sono cose che dobbiamo recuperare, per ristabilire un contatto autentico con la realtà”.

Vuoi ricordare la tua prima volta in Italia?

“Prima di questa chiacchierata mi hai ricordato il primo concerto che feci Italia, ad Alassio, nel 1977 con Oliver Lake e Michael Gregory Jackson. Fu anche la prima volta che venni baciato da un uomo, perché l'organizzatore era così felice dopo il concerto, che venne da me e mi diede un grosso bacio sulla guancia. Nella stessa occasione un'anziana signora venne nel retropalco con tre coppe di vino per noi. Io le chiesi nel mio italiano approssimativo se lei il vino era stato fatto da lei stessa, e lei rispose di sì. Quella fu la mia prima volta in Italia. Nello stesso tempo non dimenticherò mai il tour che feci con Anthony Davis e James Newton, passando da Bari, Reggio Calabria e altre città. In quell'occasione rimasi molto colpito dall'accoglienza e dalla cordialità delle genti italiane, che ci regalarono bottiglie di vino in quantità”.

 

     

 

Pheeroan akLaff imaginative drumming. A language of composing. An approach to the American drum-set. 

Executive Director of Seed Artists, curator at Jamaica Center for Arts and Learning, Advisory Board member at City of Asylum.

 

“akLaff is the rare drummer who can make his kit speak as a lead instrument, without rattling off tedious rhythmic rhetoric” – Ted Drozdowski

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